In qualsiasi capitale, la scena è sempre la stessa. L’oligarca sbarca dal suo jet privato, di malumore per il fatto di essere costretto a sprecare il suo tempo con un capo tribale, mentre potrebbe impiegarlo piú utilmente in qualche impresa postumana. Dopo averlo accolto con gli onori di una visita di Stato, il politico dedica la maggior parte dell’incontro a supplicarlo di concedergli un polo di ricerca, un laboratorio di sviluppo dell’IA, e finisce con l’accontentarsi di un selfie frettoloso all’uscita.
Distanza, inaccessibilità: piú l’individuo è lontano, piú il simbolo astratto prevale sul corpo fisico.
Ogni società, scriveva, è soggetta alla legge fisica dell’entropia. Per quanto stabile possa essere, in assenza di interventi esterni finisce per produrre caos al suo interno. Fino a un certo punto è possibile gestire questo caos, ma l’unico modo per risolvere il problema una volta per tutte è esportarlo.
L’anomalia è stata piuttosto il breve periodo in cui abbiamo pensato di poter arginare la cruenta ricerca del potere con un sistema di regole.
Eccolo, finalmente, il punto d’arrivo. Sotto la guida dei conquistadores digitali, l’interfaccia a cui abbiamo deciso di affidare il nostro rapporto con il mondo guizza fuori dalle nostre tasche e diventa parte di noi per soddisfare i nostri desideri ancor prima che abbiamo il tempo di formularli.
Anche dopo la prima elezione di Trump, quando era ormai chiaro che il potere delle piattaforme stava alterando profondamente il funzionamento della democrazia americana, i democratici non hanno mai pensato sul serio di fare il piú piccolo tentativo per imporre un minimo di responsabilità a coloro che erano chiaramente diventati i nuovi padroni del vapore.
Per trent’anni, dalla metà degli anni Novanta a oggi, i democratici americani si sono sdraiati di fronte agli imprenditori della tech che hanno cosí potuto trasformarsi dai simpatici nerd un po’ Asperger che promettevano un futuro di fraternità universale, in spaventosi moloch, sempre affetti da Asperger, impegnati in una guerra spietata per la supremazia planetaria e intergalattica.
Un manipolo di avventurieri, sprovvisti di mappe e senza alcuna conoscenza della lingua e dei costumi locali, non sarebbe mai riuscito a impadronirsi dello Stato piú potente d’America e della sua capitale di duecentomila abitanti, se non avesse potuto contare sulla complicità dei signorotti locali, intimoriti dalle stregonerie dei nuovi arrivati o allettati dalla prospettiva del guadagno.
Tale paradosso non è congiunturale, ma strutturale. Deriva dalla natura stessa del digitale. Riducendo la realtà a una serie di 0 e 1, la codifica digitale adempie alla sua inesorabile opera di omogeneizzazione, eliminando tutto ciò che non può essere quantificato. Cosí facendo, il passaggio dall’analogico al digitale elide il significato piú profondo delle cose e spalanca le porte al caos.
Affinché venga il regno dell’IA, è necessario sostituire la conoscenza con la fede.